Francesco Gabbani, il vincitore del Festival di Sanremo 2017: comunque fosse andata, per me aveva già vinto!

Non ho mai amato particolarmente il Festival di Sanremo, più che altro perché ascolto principalmente un genere rock e la musica italiana in questo campo non offre granché. Facevo zapping quindi mercoledì sera, soffermandomi di tanto in tanto su RaiUno, interessata più che altro agli abiti di Givenchy indossati da Maria De Filippi e ai look degli ospiti e degli artisti in gara, fino a quando è salito sul palco questo ragazzo con un maglione arancione (che lì per lì mi è sembrato assolutamente inappropriato per l’evento), un sorriso smagliante e la faccia da furbetto. Sono stata scettica a partire dalle prime note  della sua canzone e quando si è unito all’esibizione uno scimmione danzante, ho avuto la forte tentazione di cambiare canale di fronte alla ridicolaggine di tale performance. Ma poi, qualcosa è accaduto: più Francesco Gabbani andava avanti a cantare  in Eurovisione dal Teatro Ariston, più il suo brano Occidentali’s Karma mi piaceva. E c’è di più: da quel momento, non mi è più uscito dalla testa. Sebbene il pop non sia affatto il mio genere, sono giorni che non faccio che canticchiare: “l’evoluzione inciampa…la scimmia nuda balla…”.

Ho subito googlato Francesco Gabbani e non mi ci è voluto molto per scoprire che aveva già vinto l’anno scorso Sanremo Giovani con Amen, canzone che ha avuto un gran successo e che ovviamente, nonostante non sapevo fosse sua, avevo già sentito più e più volte. Cantautore, 34enne (e compiamo gli anni lo stesso giorno!), carrarese, comunque fosse andata, per me aveva già vinto. La mia convinzione non ha fatto altro che rafforzarsi nelle serate seguenti, quando si è scambiato d’abito con il primate o quando ha interpretato Susanna di Celentano, con chitarra a tracolla suonata con abilità e sopratutto con un’ironia e sicurezza di sé difficile da trovare di questi tempi. Interpretare è il termine giusto perché, più che un semplice cantante, Gabbani è un interprete. Con un sorriso contagioso, uno sguardo ammaliante, un atteggiamento ammiccante, una voce sporca e calda, sapientemente modulata all’occorrenza, Gabbani è belloccio (moro, con riga laterale e baffetto, un po’ alla Clark Gable), sa muoversi bene ed è capace di mettere in scena un’esibizione coinvolgente (io non potevo evitare di alzarmi dal divano e ballare insieme a lui e allo scimmione).

Così ho guardato la serata finale della kermesse canora attendendo solo la sua esibizione, che ha rappresentato il momento migliore dello show, insieme al duetto parzialmente virtuale che ha visto Zucchero e Pavarotti  cimentarsi magistralmente sulle note di Miserere, all’intervento di Crozza e a pochi altri siparietti. Infatti, io onestamente, ed evidentemente non sono da sola, sono annoiata da tutte le proposte neomelodiche dei soliti cantanti che, con molta probabilità, non hanno più nulla da aggiungere al panorama artistico italiano, nemmeno in termini di tematiche, come se l’amore fosse l’unica fonte a cui attingere. Insomma, il vincitore del Festival di Sanremo 2017, finalmente, traduce perfettamente i gusti contemporanei. Il suo brano è leggero e dal ritmo allegro, destinato a diventare un tormentone, ma al contempo con un testo tutt’altro che vuoto: ci parla della tendenza occidentale di cercare rifugio nella filosofia orientale, più per moda che per reale adesione (e il colore arancio del suo maglioncino è un richiamo visivo al buddismo).

Una nota particolare anche per il suo outfit del sabato sera: un tuxedo nero con stelle argentate e mini cravatta bianca. Un abbigliamento hipster, elegante ma anche ironico, ideale per l’occasione, azzeccato per la performance e perfetto su Francesco Gabbani.

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