La costruzione del corpo femminile nelle riviste di moda: No Anorexia

In maniera superficiale, si potrebbe pensare che parlare di Moda, significhi affrontare esclusivamente temi frivoli. La Moda invece, poiché parte integrante e significativa della nostra società, si presta facilmente a molte speculazioni di carattere culturale con risvolti estremamente significativi.
Per la mia laurea specialistica ho avuto l’occasione di scrivere una tesi intitolata La costruzione del corpo femminile nelle rivsite di moda. Obiettivo del mio lavoro è stato quello di dimostrare l’ipotesi secondo la quale all’interno del genere mediatico rappresentato appunto dalle riviste di moda, si assista a una vera e propria costruzione del corpo femminile, il quale verrebbe dapprima presentato come inadeguato (con riferimento al corpo delle lettrici) e sarebbe quindi sottoposto a un processo di trasformazione che permetterebbe di raggiungere la perfezione estetica, ovvero quel livello di corrispondenza con i canoni di bellezza vigenti, imposti dalla società occidentale attuale.
Senza voler annoiarvi qui sulle metodologie utilizzate, sulle caratteristiche evidenziate e sui risultati ottenuti, vorrei piuttosto concentrarmi sulla seconda parte dell’ultimo capitolo del mio elaborato in cui ho riportato tre casi, come controtendenze: “In un panorama mediatico dominato ormai da una rappresentazione del corpo femminile costruita secondo i canoni di bellezza vigenti, che impongono di essere magrissime e comunque di mirare ad una trasformazione fisica per tendere a un ideale di perfezione, laddove la perfezione implica un rimodellamento corporeo, alcune iniziative si sono susseguite negli ultimi anni, destando grande clamore e incitando alla riflessione.”
La prima tra queste riguarda la campagna fotografica realizzata da Oliviero Toscani a scopo di sensibilizzazione, sul problema sociale costituito dai disturbi alimentari di cui soffrono moltissime donne in occidente e che portano in sempre più casi a cadere nel baratro dell’anoressia e della bulimia. Il 24 settembre 2007 apparvero sui cartelloni pubblicitari e attraverso la stampa, le immagini scioccanti della campagna fotografica No Anorexia per la casa di moda No.l.ita. Le fotografie, diffuse proprio durante la settimana della moda milanese, ritraevano senza veli l’allora venticinquenne modella francese Isabelle Caro, afflitta dall’anoressia fin dall’età di tredici anni e morta per lo stesso male nel 2010. Le due immagini trasmettono un’idea di drammaticità, poiché il corpo della donna è rappresentato senza alcun filtro e mettendo in risalto gli effetti devastanti della malattia; ciò che ne deriva è un fisico scheletrico di soli trentuno chilogrammi, ricoperto da una lanugine bionda, con la pelle afflitta da psoriasi e in volto gli zigomi anneriti. In effetti, questa iniziativa voleva porre l’attenzione sul flagello ormai molto diffuso dell’anoressia, accanto alla bulimia, per il quale si tende a colpevolizzare il mondo della moda, che permette solo a ragazze oggettivamente sottopeso di sfilare in passerella; in realtà Toscani dichiarò: “Io non credo che la moda abbia grandi responsabilità nel problema dell’anoressia, è una cosa molto più ampia che riguarda tutti i media e in particolare la televisione, che propone alle ragazze modelli di successo assurdi “
La genialità di questo progetto potrebbe essere ravvisata nella sapiente sostituzione di una modella magrissima e per quanto tale proposta come ideale di perfezione, con un’altra modella, anch’essa magrissima, ma ritratta nella sua drammaticità; tale gioco è ricreato all’interno dello stesso spazio, ovvero la fotografia di moda, utilizzato generalmente per veicolare il concetto di bellezza.

 

7 commenti

  1. In effetti c'è molto da riflettere. Mi ricordavo di queste immagini viste sui cartelloni pubblicitari ma non avevo colto a pieno il senso. Ovviamente sono ancora molto attuali e ancora più forti se pensiamo che la modella oggi non c'è più.

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  2. Mi ricordo perfettamente di questa campagna che mi ha davvero scioccata. Hai fatto bene a ricordarla perché siamo ancora molto lontani dalla risoluzione di questo malessere sociale.

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